Uomini che sapevano tutto. Vite parallele di Giulio Andreotti e Elio Ciolini

“È naturale che un momento di attenzione sia dedicato all’austero regista di questa operazione di restaurazione della dignità e del potere costituzionale dello Stato e di assoluta indifferenza per quei valori umanitari i quali fanno tutt’uno con i valori umani. Un regista freddo, impenetrabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana. E questi è l’On. Andreotti, del quale gli altri sono stati tutti gli obbedienti esecutori di ordini”[Aldo Moro, 1978]

“La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato far credere al mondo che non esiste, e come niente… sparisce” [Keiser Soze, I soliti sospetti]

 

La morte di Giulio Andreotti è caduta a brevissima distanza tra la pubblicazione di due libri resi ancor più emblematici dal decesso del Divo: l’antibiografia dello stesso Andreotti ad opera di Michele Gambino, e la ricostruzione, col consueto taglio controinformativo e un’attentissima lettura delle fonti, di Elio Ciolini, uno dei più inquietanti inquilini del “Residence Faccendieri” in cui abita il peggio della storia della repubblica (senza ordinali) da parte di Antonella Beccaria, che pochi mesi prima, assieme a Giacomo Pancini, aveva pubblicato una rilettura della storia della Repubblica attraverso la biografia politica del sette volte presidente del Consiglio.

Tanta ricchezza informativa fa da contraltare all’incredibile “leggerezza”, al limite dell’elogio servile, con la quale gran parte della stampa italiana ha delicatamente glissato sulle peggiori pagine della nostra storia nel momento in cui, morto Andreotti, sarebbe stato imperativo un bilancio non formale della sua carriera politica. C’è voluto “Il Post” di Luca Sofri perché venisse ripubblicata – con scarsa cura per i refusi – la durissima pagina del Memoriale in cui Aldo Moro, dalla galera brigatista, tracciava un ritratto a lettere di fuoco della statura politica e morale dell’ex amico di partito.

Se Andreotti è persona nota, Elio Ciolini risulta invece ignoto ai più. E, come mostra il lavoro di Antonella Beccaria, resta ignoto anche a chi lo ha conosciuto.
Chi è davvero questo personaggio che sembrava saper tutto della strage del 2 agosto e della strategia stragista di Cosa Nostra nella primavera-estate del 1992? Un agente segreto infiltrato nell’”Organizzazione Terroristica” responsabile della strage alla Stazione di Bologna? E se sì, di quale servizio: italiano o francese? «Un guardaspalle di Gelli»? Un uomo talmente vicino a Stefano Delle Chiaie da condividerne alcuni segreti? «Un “delinquentello”, un po’ mitomane e megalomane, ma fondamentalmente onesto», iscritto alla Loggia Montecarlo? «Uno strano e pittoresco personaggio che andava gridando ai quattro venti: “So tutto della bomba” [della stazione di Bologna]»? «Un “pataccaro” che spaccia “patacche”»? (Faccendiere pp. 65, 92, 153, 197)

Forse tutte queste cose, forse nessuna. Sta di fatto che nel dicembre 1981 un presunto piccolo truffatore detenuto nel carcere di Champ-Dollon, in Svizzera, inviò al console italiano un primo memorandum sulla strage della Stazione, cui seguirono altre “rivelazioni” (il virgolettato è d’obbligo). In breve, esisteva, secondo Ciolini, un’organizzazione terroristica internazionale denominata OT, collegata alla Trilateral e diretta da una loggia massonica denominata “Loggia Riservata” che «non ha niente in comune con la loggia massonica “P2”, anzi è la vera P2». Al vertice di questa Loggia Riservata ci sarebbero stati i «fratelli fondatori»: Giulio Andreotti, Gianni Agnelli, Roberto Calvi (allora presidente del Banco Ambrosiano), Attilio Monti, il “cavalier Artiglio” proprietario di giornali e petroliere, Umberto Ortolani e Licio Gelli, e Angelo Rizzoli (ancora proprietario del “Corriere della Sera”).
In questo contesto era maturata la decisione, presa da Gelli, di un eclatante attentato terroristico alla stazione di Bologna, la cui esecuzione era stata affidata a Stefano Delle Chiaie, per distrarre l’opinione pubblica dalla scalata finanziaria all’ENI.

faccendiereSi trattò di una raffinata operazione di depistaggio. Ciolini infatti falsificava il quadro complessivo mescolando elementi veri, verosimili e falsi, e lanciava al tempo stesso messaggi obliqui. La Loggia P2 veniva ridimensionata nel momento in cui era stato scoperto l’elenco dei suoi affiliati, ma al tempo stesso veniva ipotizzata l’esistenza di una più alta Loggia. La strage veniva attribuita ai fascisti, ma a quelli “sbagliati”, facendo il nome di Delle Chiaie, che con la strage non c’entrava, ma era impigliato in una fitta rete di sospetti (e aveva avuto per qualche tempo al suo fianco, in Sud America, lo stesso Ciolini, presentatosi come ufficiale dei carabinieri). E soprattutto: dagli accertamenti bancari non emerse alcuno spostamento significativo di fondi destinati alla presunta scalata all’ENI. Ma le indicazioni fornite da Ciolini sfioravano in modo allusivo quel “Conto Protezione” aperto nel 1978 da Silvano Larini presso l’Union Banques Suisses di Lugano, il “tesoro” del Partito Socialista di cui nel 1981 non si aveva notizia, e che sarebbe emerso solo nel 1993 con l’inchiesta “Mani Pulite”; un conto – il n. 633369 – sul quale erano transitati «in più tranche anche i soldi dell’ENI diretti al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e tangenti varie. Di esso si parlava a bassa voce nei corridoi del potere italiano, e la sua presunta esistenza, per quanto sussurrata, avrebbe potuto costituire un fattore usato per condizionare l’andamento della politica italiana nel decennio che precedette Tangentopoli» (Faccendiere, p. 74). Un conto sul quale, nel 1989, stavano indagando Carla Del Ponte e Giovanni Falcone, al tempo dell’attentato all’Addaura.

Se le date hanno un significato, il memoriale-Ciolini compare a sette mesi di distanza da un celeberrimo editoriale vergato di proprio pugno da Bettino Craxi, nel quale il segretario socialista paragonava Gelli a «un attivissimo arcidiavolo, un Belfagor dalle mille risorse, dai mille contatti, intese, dossier, trappole e anche ricatti». Insomma, una specie di «grand commis dell’organizzazione, […] un uomo molto abile, una volpe, ma non un capo […]. Belfagor resta una specie di segretario generale di Belzebù. E se c’è Belzebù, ognuno se lo potrà immaginare come meglio crede, sforzandosi di dargli una fisionomia, una struttura, un nome» (Belfagor e Belzebù “Avanti!”, 31 maggio 1981; Divo Giulio, p. 139). Come se all’io so (l’identità di Belzebù) si volesse rispondere con un anch’io so (del conto aperto dal tuo uomo Larini a Lugano).
Anni dopo, alla domanda di Michele Gambino se ritenesse Andreotti essere Belzebù, Giovanni Falcone, con quella sua saggezza degna delle migliori creazioni letterarie di Leonardo Sciascia, rispondeva, con una battuta degna del Keiser Soze de  I soliti sospettiche «per quanto gli riguardava lui non poteva dire nemmeno se Belzebù, inteso come diavolo, esistesse o meno». Aggiungendo che «certe domande erano sbagliate, perché semplificavano argomenti complessi» (Papa Nero, pp. 75-76).

Ancor più interessante la vicenda della Loggia di Montecarlo, «un organismo super che la P2 al confronto deve considerarsi zero», dichiara Federico Federici, personaggio inestricabilmente legato a Ciolini, che si attribuisce la responsabilità («purtroppo», aggiunge) di averlo fatto entrare nella Loggia Riservata: «”al suo interno c’era anche ‘il grande babbo’ [che] è uno dei fondatori […], ma è tanto potente in Italia e all’estero che nessuno ha il coraggio di toccarlo”. Del resto, continuò ironico [Federici] alludendo chiaramente a Giulio Andreotti, “al grande babbo la gobba gli porta fortuna”» (Faccendiere, p. 99).
Una super-Loggia riservata? Bisognerà tenere a mente che personaggi come Licio Gelli, Francesco Pazienza, il generale Pietro Musumeci hanno costituito il “vero” servizio segreto attraverso la loro “infiltrazione” nei servizi di Stato. L’esistenza di una super-Loggia implicherebbe allora l’esistenza di un servizio segreto di livello superiore, quantomeno come ipotesi logica. E infatti Licio Gelli lo ammise: «Andreotti sarebbe stato il vero “padrone” della P2? Per carità… Cossiga aveva Gladio, io la P2 e Andreotti l’Anello» (Divo Giulio, p. 260; Papa Nero, p. 162).
Ma di questo a suo tempo.
Torniamo a Ciolini.

Passano dieci anni, e Ciolini è di nuovo al centro dell’attenzione. Di nuovo dall’interno di un carcere – questa volta Sollicciano, condannato per calunnia e truffa ai danni dello Stato – il Faccendiere torna a scrivere dell’esistenza di una struttura internazionale anticomunista con legami con la Chiesa cattolica. E il 4 marzo 1992, otto giorni prima dell’assassinio di Salvo Lima, in una lettera al giudice di Bologna Grassi, intitolata «nuova strategia della tensione in Italia», preannuncia che:

Nel periodo marzo-luglio avverranno fatti intesi a destabilizzare l’ordine pubblico come:
esplosioni dinamitarde intente [sic] a colpire persone “comuni” in luoghi pubblici
sequestro ed eventuale “omicidio” d’esponente politico Psi, Pci, Dc
sequestro ed eventuale “omicidio” del futuro presidente della Repubblica
Tutto questo è stato deciso a Zagabria – Yu – (settembre ’91) nel quadro di un “riordinamento politico” della destra e in Italia è intesa a un nuovo ordine “generale” con relativi vantaggi economico-finanziari (già in corso) dei responsabili di questo nuovo ordine-deviato-massonico politico culturale, attualmente basato sulla comercializzazione degli stupefacenti! La “storia” si ripete – dopo quasi quindici anni ci sarà un ritorno delle strategie omicide… (Faccendiere, p. 179)

Di nuovo mescolando il vero, il verosimile e il falso, Ciolini fornisce anticipazioni impressionanti: tra marzo e luglio Cosa Nostra salda i conti con Salvo Lima, assassina i giudici Falcone e Borsellino, e di fatto crea le premesse perché la candidatura di Andreotti alla presidenza della Repubblica sia irrimediabilmente compromessa: «Il sette volte presidente del Consiglio ha sempre attribuito alla strage siciliana la perdita della partita per il Quirinale, e probabilmente non ha torto: i processi per mafia e omicidio erano ancora di là da venire, e tuttavia nell’Italia ferita dalla morte di uno dei suoi eroi, l’elezione a capo dello Stato del protettore della “famiglia politica più inquinata della Sicilia”, come diceva Dalla Chiesa, era un boccone troppo grosso per l’opinione pubblica» (Papa Nero, p. 201).

Il diavolo ci mise la coda, facendo fare ad Andreotti la stessa fine di Moro (quasi certo prossimo presidente della Repubblica al momento del rapimento, e al quale si fa riferimento in modo neanche troppo velato col «ritorno delle strategie omicide»), pur senza il «sequestro e “omicidio”». Sembra quasi sentire un’eco (voluta?) del “commiato” di Moro ad Andreotti, al termine del “Memoriale”: «Le auguro buon lavoro, on. Andreotti, con il Suo inimitabile gruppo dirigente, e che Iddio Le risparmi l’esperienza che ho conosciuto, anche se tutto serve a scoprire del bene negli uomini, purché non si tratti di presidenti del Consiglio in carica». A questa precisa sequenza temporale va aggiunta – dislocata nel tempo, con il tipico movimento depistante di nascondere il vero nel falso – la consapevolezza dell’avvio della strategia stragista di Cosa Nostra del 1993.
All’elenco del Faccendiere manca solo l’appendice di settembre, l’uccisione di Ignazio Salvo: ma Ignazio Salvo era già, come si dice, “un morto che cammina”. Lima e Salvo erano i due “garanti” presenti, secondo il racconto dei pentiti, all’incontro tra Andreotti e Totò Riina, il 20 settembre 1987:

«Vero o falso, se questa storia fosse un film, l’incontro narrato dagli otto pentiti sembrerebbe quello che nel gergo degli sceneggiatori si chiama “punto di svolta”: il ministro incontra il mafioso per garantirgli un rinnovato interessamento ai guai giudiziari della cosca, alla presenza di due garanti. Il mafioso registra la promessa e la riferisce ai picciotti. Anni dopo, quando la promessa si rivelerà vuota, i due garanti presenti nella stanza con Riina e Andreotti – Salvo Lima e Ignazio Salvo – pagheranno con la vita la mancata promessa, secondo le regole di Cosa Nostra» (Papa Nero, p. 105).

Vero o falso (o verosimile) che sia l’incontro tra Andreotti e Riina, è un fatto che nel marzo 1992 un omicidio eccellente a Palermo era non solo possibile, ma atteso: si trattava solo di sapere se sarebbe toccato a Lima o a Mannino. E alla notizia dell’esecuzione di Lima, alcuni limiani provarono per qualche giorno l’esperienza – così comune tra i militanti della sinistra rivoluzionaria da piazza Fontana in poi – di non rientrare a casa, di dormire da qualche amico senza avvertire le famiglie, di rendersi irreperibili.

Ciolini voleva preannunciare o mettere in guardia? A chi lanciava segnali di così immediata decifrazione? Poter rispondere significherebbe poter rispondere alla domanda iniziale: chi è davvero Elio Ciolini? Resta che a distanza di vent’anni e dopo vicende giudiziarie e processuali non ancora concluse possiamo dire che le bombe – secondo il documenti-Ciolini già pianificate prima del 12 marzo, e non dopo la “reazione dello Stato” – «avevano uno scopo, recavano con sé un messaggio, “fare la guerra per fare la pace”, come disse Totò Riina […]. Ma il messaggio non era solo quello. Per usare un’espressione tributata ad altre stragi […], si voleva destabilizzare il paese per raggiungere un accordo che riportasse la calma» (Divo Giulio, p. 198-99). Un accordo che oggi è noto come “trattativa Stato-mafia”; una ben strana trattativa nella quale non è chiaro chi, e a che titolo, abbia rappresentato una delle due parti (per la mafia il delegato fu Vito Ciancimino): se a trattare non furono ministri o dirigenti delle forze dell’ordine, con chi avrà trattato Ciancimino? E soprattutto: di cosa e su cosa si trattava?

divo_giulioQuali che fossero le sue intenzioni, collegando Andreotti con i suoi referenti mafiosi, la mafia stragista e le lobby politico-massoniche, Ciolini forniva tutti gli elementi per ricordare l’intreccio Gelli-Sindona-Calvi-Andreotti ai tempi in cui Andreotti aveva «non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale [=Cosa Nostra] ed arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi» (sentenza 2001, Papa Nero, p. 121). Queste relazioni non si limitavano alla supervisione della corrente “Primavera” capeggiata da Salvo Lima, o agli incontri tra Andreotti e il capo della mafia Stefano Bontate, ma anche, come risulta dai documenti processuali, al sostegno alle candidature all’assemblea regionale di “uomini punciuti” quali Raffaele Bevilacqua (capo della famiglia di Barrafranca) e Giuseppe Gianmarino (inserito nei quadri di Cosa Nostra) (Divo Giulio, p. 198).

Sulla storia di Michele Sindona ormai sappiamo quasi tutto. Il “banchiere mandato dalla Provvidenza” ebbe accesso, grazie alla firma di Paolo VI, ai fondi vaticani, in particolare quelli dello IOR (Istituto Opere Religiose), con i quali mise in piedi un giro di scatole cinesi nelle quali entrarono anche le disponibilità liquide di Cosa Nostra provenienti dalla produzione e smercio di eroina. Con Cosa Nostra, peraltro, Sindona era in affari sin dai tempi del sacco di Palermo, all’indomani del famoso summit organizzato da Lucky Luciano all’Hotel delle Palme di Palermo nell’ottobre 1957, quando fu sancita la pax mafiosa tra le cosche palermitane, furono regolati i rapporti tra le famiglie americane e siciliane, regolamentato il traffico di eroina tra le due aree, e decisa l’eliminazione di Albert Anastasia a New York.

A Sindona, caduto in disgrazia, subentrerà Roberto Calvi, fino all’epilogo sotto il Ponte del Black Friars a Londra, al culmine di una vicenda nella quale chiunque fosse in possesso di informazioni moriva prematuramente: Boris Giuliano, le cui indagini avevano dapprima scalfito, e poi intersecato, Sindona; Giorgio Ambrosoli, liquidatore del Banca Privata Italiana di Sindona; l’ambiguo giornalista Pecorelli; gli stessi Sindona, avvelenato in carcere, e Calvi, impiccato a Londra; a cui si aggiunge Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano, scampato al tentato omicidio da parte di uno dei capi della banda della Magliana Danilo Abbruciati; e Aldo Moro, che nel suo “Memoriale” ricorda il ruolo avuto da Andreotti nell’ascesa di Sindona:

«Che cosa ricordare di Lei [on. Andreotti]? […] Ricordare la Sua, del resto confessata, amicizia con Sindona e Barone? Il Suo viaggio americano con il banchetto offerto da Sindona malgrado il contrario parere dell’Ambasciatore d’Italia? La nomina di Barone al Banco di Napoli?».

Sindona consulente finanziario del Vaticano e della Mafia palermitana, dunque; mentre Gelli, secondo quanto riferito al pentito Mannoia da Stefano Bontate, era l’uomo dei corleonesi: «Come Gelli faceva investimenti per conto di [Pippo] Calò, [Totò] Riina, [Francesco] Madonia e altri dello schieramento corleonese, Sindona faceva investimenti finanziati per conto di Bontate e Inzerillo» (Divo Giulio, p. 156).

Questo spiega perchè «la Chiesa ha sostenuto e protetto in molto modi l’uomo politico ad essa più fedele; in cambio Andreotti ha militato a tutti gli effetti nel mondo laico come un soldato della Chiesa, fin dall’inizio, quando da sottosegretario di De Gasperi faceva da ambasciatore tra il governo e la Santa Sede, e si occupava di censurare la produzione di Cinecittà e di polemizzare con i registi del neorealismo in nome della morale cattolica e del buoncostume». Come confermava Cossiga, Andreotti «è un grande statista del Vaticano. Il segretario di Stato permanente della Santa Sede, da Pio XII a Giovanni Paolo II… mai visto un uomo con tali capacità di governo. Crocianamente, per lui come per la Chiesa l’unica moralità della politica consiste nel saperla fare» (Papa Nero, p. 199).

Ma c’è un altro filo che collega Andreotti a Vaticano, Cosa Nostra e Loggia P2: l’anticomunismo.

«Se guardiamo bene, tutti i rapporti inconfessabili con cui si è sporcato le mani il sette volte presidente del Consiglio hanno la matrice comune dell’anticomunismo: la mafia con cui Andreotti “dialoga” fino all’omicidio Mattarella è la stessa cui gli americani si sono appoggiati dopo lo sbarco in Sicilia, la stessa che da Portella delle Ginestre in poi ha stroncato le gambe al movimento contadino, e ha portato voti spesso decisivi alla Dc, sottraendoli ai partiti di sinistra. I generali golpisti cui Andreotti ha fatto da sponda e da copertura tramano contro le istituzioni e contro i cittadini in nome del pericolo anticomunista, così come il Noto servizio, sorto nell’ombra intorno ad Andreotti, è formato da reduci della Repubblica di Salò dal dente avvelenato; la P2 è una congrega di arrivisti e affaristi che hanno in comune la fede anticomunista, e infatti gode nei suoi primi anni di un imprimatur e di appoggi anche finanziari della destra americana. Anche i rapporti con Sindona e Calvi, hanno al fondo una matrice “politica”: Sindona si muove come un agente degli americani su un territorio nemico, stringe patti con la mafia, vagheggia avventure separatiste in Sicilia. Calvi subentra nel ruolo a Sindona e prima di morire simbolicamente impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri compie il miracolo di reinvestire i soldi dei corleonesi di Pippo Calò nell’appoggio alle dittature sudamericane minacciate dai movimenti di liberazione e nel finanziamento a Solidarnosc, il movimento anticomunista polacco di Lech Walesa che in prospettiva storica è la prima crepa nel blocco dei Paesi della Cortina di Ferro» (Papa Nero, pp. 199-200).

operazione-via-appiaEd eccoci all’ultimo punto: il “Noto Servizio”, o “Anello”, un servizio segreto al di sopra dei servizi, creato e diretto da Andreotti sin dalla fine della guerra, poi evolutosi in Ufficio Zone di Confine nella Venezia-Giulia, una struttura coperta di cui Andreotti era a capo, e poi tramutatosi in Servizio Speciale Riservato, secondo la dizione che lo stesso Andreotti gli dà in un libricino in forma di romanzo, Operazione via Appia, pubblicato nel 1998.

Ricapitolando, in Italia ci sono stati tre servizi segreti, dei quali uno – SIFAR, SID o SISMI, a seconda delle epoche – al di sopra degli altri, e attivamente impegnato in ogni operazione sporca, dall’approvvigionamento clandestino di armi alla schedatura di politici, sindacalisti, giornalisti riconducibili all’opposizione, fino all’appoggio – quantomeno di suoi alti esponenti -, in forma di fornitura di armi, copertura o depistaggio, delle stragi di Stato o delle manovre golpiste. All’interno di questo servizio, in particolare negli anni del governo Andreotti-Cossiga-Berlinguer, esisteva un organigramma non ufficiale, che ridisegnava le gerarchie in funzione dell’appartenenza alla Loggia P2. Al di sopra di questo, il Noto Servizio che afferiva a Giulio Andreotti.

Ha ancora senso chiedersi se Andreotti fosse Belzebù, il vero capo della P2, o se esistesse una Loggia Montecarlo al di sopra della Loggia P2? O non è più sensata l’osservazione di Giovanni Falcone: che certe domande erano e sono sbagliate, perché semplificano argomenti complessi?

Decostruire gli apparati dello Stato, portare la luce negli uffici e negli archivi è opera fondamentale per giornalisti, magistrati, e ovviamente investigatori: su questo non ci piove.
Ma al tempo stesso, fare di questa decostruzione il fine ultimo di un’analitica del potere rischia di ridurre tutto a una dimensione spionistica o thrilleristica di second’ordine. Perché quello di fondamentale che rischia di essere perso è la funzione che questi dispositivi di potere hanno avuto, al di là degli organigrammi e dei funzionigrammi. Come scrive Gambino in conclusione del suo libro,

«Sarebbe stupido addebitare a Giulio Andreotti i mali del Paese, ma di essi egli è la più perfetta cartina di tornasole, per aver guidato l’Italia più a lungo di tutti, e per essere stato, tra tutti i politici italiani, il più influente e il peggiore. Forse senza di lui la storia del Paese non sarebbe stata migliore, ma certo sarebbe stata una storia più ricca di speranza e meno avvelenata dal cinismo» (Papa Nero, pp. 209-210).

Il cinismo, la sistematica distruzione di ogni moralità, l’individualismo implicito nella scorciatoia dell’appoggio politico e della raccomandazione, la prevalenza dell’economico su ogni altro valore, la corruzione inoculata in ogni angolo della società: questi metodi e strumenti di governo hanno contribuito a quella degradazione antropologica degli italianiche Pasolini indicava come uno dei crimini per i quali Andreotti e almeno una dozzina di dirigenti democristiani avrebbero meritato di essere trascinati sul banco degli imputati in un pubblico processo penale, in assenza del quale era «inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese» (Pier Paolo Pasolini, Bisognerebbe processare i gerarchi Dc, “il Mondo”, 28 agosto 1975; Perché il Processo, “Corriere della sera”, 28 settembre 1975). Questi metodi e strumenti di governo hanno contribuito a forgiare la coscienza dell’italiano medio attraverso la percezione d’impotenza di fronte ad apparati indecifrabili, coi quali conviene trovare un accordo o un modus vivendi

«Si può essere grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, On. Andreotti, è proprio questo che Le manca. [Lei] durerà un po’ più, un po’ meno, ma passerà senza lasciare traccia», scriveva nell’ultima pagina del “Memoriale” Aldo Moro. Dimostrando di non aver compreso la vera natura del demonio, nel crederlo Persona.

Andreotti è passato, l’andreottismo no: la beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato far credere al mondo che non esiste, e come niente… sparisce.

di Girolamo De Michele 

L’ultima intervista di Licio Gelli: rivelazioni clamorose

All’epoca Licio Gelli aveva 92 anni e dimostrava di essere ancora molto lucido e in salute, tuttavia restio a concedere interviste per le televisioni italiane; l’espediente per intervistarlo era stato fingere di volerla condurre per poi venderla negli Stati Uniti. Ed ecco il Venerabile dire di sì, lasciandosi riprendere in video nella sua Villa Wanda, casa che poi lo ha accolto negli ultimissimi istanti di vita.
Giulio Andreotti
Giulio Andreotti

Tanti non so, non ricordo, non voglio ricordare e la memoria che va alle colazioni con Giulio Andreotti e Francesco Cossiga («conoscevo entrambi allo stesso modo») condite di scambi di pareri, consigli, amabili conversazioni. Tutto ciò aveva condito i commenti di Licio Gelli durante quell’intervista. Eppure aveva esordito mettendo le cose in chiaro: «Il capo della P2 ero io». E già lì sembrava che qualcosa in più, rispetto alle notizie di cui si dispone oggi, potesse venire fuori. La speranza era stata incoraggiata soprattutto in merito alsequestro di Aldo Moro. Incalzato sul punto aveva concesso quello che sembrava essere unicamente il suo pensiero personale, neanche fosse stato un estraneo totale ad una vicenda così drammatica per l’Italia.

 

Aldo Moro
Il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro

Il Paese avrebbe invece scoperto nel 1981 che vari militari delle Forze dell’ordine intervenuti nella vicenda Moro erano parte della coperta Loggia Propaganda 2, in una lista di 962 nomi rinvenuti proprio a Villa Wanda, lì giungendo sulla scia del filone investigativo legato al finto sequestro Michele Sindona seguito dalla magistratura milanese.
Con aria distaccata Licio Gelli aveva fatto sapere come la pensava sulla vicenda. «Secondo me Aldo Moro fu portato a 100-150 metri da via Fani, in uno di quei garage sotterranei e lì tenuto per una decina di giorni». Questo nell’attesa, a detta di Gelli, che l’allarme potesse trovare un’attenuazione per poi spostare più comodamente Moro da un posto all’altro. Eppure, uno dei tratti più interessanti dell’intervista aveva visto lo stesso Gelli fare non poche allusioni, tra l’altro piuttosto esplicite, alla presenza di uomini dei servizi segreti a via Fani negli istanti cruciali legati al sequestro da parte delle Brigate Rosse quel 16 marzo 1978.

Breve biografia ufficiale

Licio Gelli nasce a Pistoia il 21 aprile 1919: suo padre è mugnaio e “auzzatore” di macine, sua madre casalinga.

Dopo aver conseguito nel 1931 la licenza elementare, frequenta l’istituto tecnico inferiore e superiore (ragioneria) finché, nel 1936-1937, un calcio al preside, reo di difendere un professore non fascista, gli procura l’espulsione da tutte le scuole del Regno.

Il 1° settembre 1937 si arruola volontario nella 94a Legione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, viene trasferito a Napoli ed in seguito parte, col fratello Raffaello, per la guerra di Spagna, durante la quale si trova aggregato al reparto salmerie manovra del 735° Battaglione della Divisione Camicie Nere “XXIII Marzo”; sembra che per poter partire, non essendo ancora maggiorenne, abbia falsificato la sua data di nascita.

Torna in Italia il 20 ottobre 1938 e nel dicembre è assunto al GUF di Pistoia, dove ha modo di farsi notare per l’acribia con cui svolge le proprie mansioni: «Schedava anche le marche delle sigarette che fumavano» ricorda l’allora universitario fascista Agostino Danesi. Nel contempo pubblica a puntate sul “Ferruccio”, il settimanale della Federazione fascista pistoiese, le sue memorie sulla guerra di Spagna; valendosi di un ragioniere di Pescia come ghostwriter ne trae in seguito un libro, “Fuoco! Cronache legionarie della insurrezione antibolscevica di Spagna”, tirato in 500 copie nel gennaio 1940.

Il 2 giugno di quello stesso anno si presenta come privatista all’istituto tecnico per ragionieri: nonostante indossi orbace e camicia nera il risultato è disastroso, con un drammatico 4 addirittura in cultura fascista. Ma ben altri eventi incombono: Mussolini sta preparando la maramaldesca invasione della Francia, ha bisogno di uomini: il 9 giugno anche Licio Gelli è richiamato alle armi e destinato al 127° Reggimento Fanteria della Divisione “Venezia” di stanza a Pistoia. Si susseguono poi i trasferimenti: nel luglio a Cambiano, in provincia di Torino; a novembre, fresco di iscrizione al PNF (28 ottobre), al Reparto d’Assalto della Divisione “Venezia” a Firenze; il 22 marzo 1941 a Durazzo sul fronte greco-albanese. A giugno torna a Pistoia.

Il 4 agosto è incorporato, su sua domanda, nei parà della 193a Divisione “Folgore” a Viterbo. Qui, durante un lancio d’esercitazione, si ferisce al radio destro ed ottiene perciò una serie di licenze di convalescenza, al termine delle quali (il 30 luglio o il novembre 1942 a seconda delle fonti) è inviato in licenza illimitata a Pistoia. Si apre a questo punto il primo buco nero nella biografia gelliana.

Se è abbastanza certo che nel 1942 Gelli è a Cattaro, in Iugoslavia, stabilire quando vi arrivi, perché e quali siano le sue imprese montenegrine è compito più che arduo, attesa la contraddittorietà delle fonti, la maggior parte delle quali, per di più, costituita da testimonianze orali raccolte da giornalisti e studiosi quaranta anni dopo i fatti. Poco chiari anche i motivi che portarono Gelli in Montenegro. Di fatto che le imprese gelliane in terra iugoslava sono circondate dalla nebbia. C’è chi ricorda i rastrellamenti di partigiani da lui organizzati; chi la sua amicizia, sospetta per un semplice soldato, col segretario dei Fasci italiani all’estero, Piero Parini; chi adombra suoi collegamenti coi servizi segreti italiani e inglesi, e fors’anche sovietici. Sembra inoltre che sia stato nominato segretario del Fascio di Perastro (l’attuale Perast), a una quindicina di chilometri da Cattaro.

Viene richiamato alle armi a Viterbo il 25 luglio 1943: il giorno dopo Gelli scopre di non essere più dalla parte giusta. Ma su quale carro saltare? In quei drammatici giorni dell’agosto 1943 è una domanda che assilla molti e che pone di fronte a scelte decisive: Gelli sceglie ancora una volta il più forte. È così che lo ritroviamo, il 15 settembre, a riaprire, con un tal Lorenzoni, la Federazione fascista di Pistoia e poi ad organizzare rastrellamenti contro i primi renitenti e partigiani. Su questo suo attivismo in favore dei nazifascisti tutte le testimonianze sono concordi, anche se, secondo una sua versione, egli fu costretto dai tedeschi ad aderire alla RSI, pena la deportazione in Germania. Tutto ciò potrebbe contenere una parte di verità, ma considerare forzata la sua scelta è ipotesi da respingere in toto. In quei giorni, difatti, il mancato parà è l’indispensabile factotum della Federazione fascista e della Kommandantur nazista: non è certo una mente politica, secondo la testimonianza di Pisanò, ma per qualsiasi necessità pratica, dal lasciapassare alle scarpe, c’è una sola persona a cui ci si può rivolgere, ed è Licio Gelli. Il quale Gelli non sarà una mente politica, ma quando il 24 ottobre gli Alleati bombardano Pistoia per la prima volta, capisce da che parte sta tirando il vento: il rischio di trovarsi, questa volta irrimediabilmente, dalla parte sbagliata è grosso, meglio premunirsi.

È, questo, uno dei capitoli più oscuri della vita del Venerabile. Oscuro non tanto per la scarsità e contraddittorietà delle fonti, quanto per le colorazioni politiche che se ne sono volute dare in sede di interpretazione. Nella primavera del 1944 Gelli, prende contatti coi partigiani, sembra in particolare con Giuseppe Corsini, membro comunista del CLN e nel dopoguerra sindaco di Pistoia e senatore dal 1953 al 1968. Il giovane repubblichino non fornisce però notizie rilevanti, tanto che alla fine Corsini gli intima di tenersi alla larga. Sembra però che Gelli continui il doppio (o triplo?) gioco con altri gruppi di resistenti. Agli inizi di maggio, nel cortile della Federazione fascista, ferisce “accidentalmente”, mentre pulisce la pistola, l’autista della Federazione, Quintilio Sibaldi: questi, il giorno prima, aveva scorto il camerata Gelli parlare con Silvano Fedi, capo di una formazione partigiana anarchica. Il segnale è chiaro.

Il 1° giugno Gelli partecipa alla prima impresa non equivoca della sua attività di doppiogiochista: la “Fedi” assale la fortezza di Santa Barbara, preleva i viveri che vi sono custoditi e li deposita nella casa più vicina e più insospettabile, quella del tenente delle SS Licio Gelli. Questi, in seguito, provvederà per ben sei volte a trasportare i viveri in montagna alla formazione di Pippo, e sempre con la sua auto. Ma è il 26 giugno che il repubblichino pentito salta definitivamente il fosso: guidando la sua macchina militare si presenta, con cinque uomini della “Fedi”, alle Ville Sbertoli, un ospedale psichiatrico trasformato, per le esigenze belliche, in carcere. Qui, spacciandosi per ufficiali di polizia, riescono ad entrare, a disarmare e liberare 59 detenuti politici. Questa azione coraggiosa lo brucia come talpa all’interno del Fascio repubblicano e perciò sparisce dalla circolazione.

A tutt’oggi nessuno sa dove sia stato tra il luglio e l’agosto 1944. Di questo periodo si possono solo segnalare due feroci episodi a danno di partigiani in cui alcuni, ma senza prove, lo sospettano di essere coinvolto. Il primo è l’uccisione, in un’imboscata, dello stesso Silvano Fedi; il secondo è l’assassinio del commissario di PS Scripilliti, collaboratore della Resistenza. Ritroviamo il nostro l’8 settembre 1944 mentre fa da guida a un reparto sudafricano che sta per entrare in Pistoia liberata.

Il 2 ottobre Italo Carobbi, presidente comunista del CPLN pistoiese, gli rilascia una carta di libera circolazione, nella quale, dopo aver comunque ricordato l’accesa fede fascista di Gelli, se ne menzionano le imprese partigiane, in grazia delle quali gli viene rilasciato tale lasciapassare. Nel corso dello stesso mese di ottobre il “Counter Intelligence Corps” della V Armata lo chiama a collaborare e gli fornisce due agenti di scorta. Nonostante queste protezioni, l’11 novembre l’ex repubblichino viene aggredito da una quarantina di persone in piazza San Bartolomeo a Pistoia: nel rapporto dei Carabinieri l’azione è ascritta a «motivo politico siccome il Gelli periodo repubblicano ha collaborato coi Nazi-Fascisti e preso parte attiva a [illeggibile] e rappresaglie contro civili».

Nel dicembre termina la sua attività al servizio del CIC e riceve da questo il permesso di recarsi presso la sorella Enza a La Maddalena. A questo scopo il 12 gennaio 1945 Italo Carobbi gli rilascia un secondo lasciapassare, nel quale si prega il CLN di Napoli di fare quanto possibile per favorire l’imbarco di Gelli per la Sardegna. Secondo il garibaldino Elio Civinini, il CLN dà l’ordine di accompagnarlo fino a Roma con uno dei camion che l’annona manda al Sud alla ricerca di vettovaglie; non solo, al repubblichino redento viene data una “scorta” di due partigiani comunisti, Cintolo e Brendolo.

Gelli arriva il 25 gennaio 1945 e si stabilisce in via Raffaello Sanzio presso il cognato Mario Canovai, sottufficiale di Marina al locale Deposito CREM. Era partito da Napoli il 23, munito del permesso rilasciatogli da quella Questura, ed era sbarcato a Cagliari il 24. A Pistoia frattanto, il fatto che un noto e, a quanto pare, odiato fascista come Gelli abbia potuto farla franca continua a sollevare proteste e perplessità, tanto che il CPLN, nel numero 7 del 4 febbraio 1945 del suo organo ufficiale “La Voce del Popolo”, è costretto a pubblicare un articolo dal titolo “Un chiarimento del CPLN” nel quale si precisa che: 1) il CPLN era a conoscenza del passato fascista di Gelli; 2) lo stesso aveva però collaborato con la Resistenza in più di un’occasione; 3) in considerazione di ciò al Gelli erano state rilasciati soltanto una dichiarazione e un lasciapassare.

Nel febbraio Gelli è protagonista di un altro episodio poco chiaro: viene arrestato dalla Polizia Militare Alleata nei pressi di Lucca mentre ritorna «clandestinamente» dalla Sardegna. Perché Gelli torni in Toscana e perché lo debba fare clandestinamente non è dato sapere; tanto più che il SIM, in un’informativa del 24 luglio 1945, afferma che «si sconosce il motivo» di tale arresto. Il 22 marzo la Procura del Re di Pistoia emette mandato di cattura nei suoi confronti per il sequestro di Giuliano Bargiacchi; questi era stato arrestato senza imputazione alcuna, da Gelli ed altri, il 9 maggio 1944 e rilasciato, dopo prolungate torture, il 16 giugno. C’è da ricordare che in quel medesimo torno di tempo il nostro collaborava, anche coraggiosamente, con la formazione “Fedi”. Per questo reato, comunque, è condannato in contumacia, il 27 aprile, a 2 anni e 6 mesi.

Nel frattempo in Sardegna l’ex repubblichino tenta di rifarsi una vita dandosi alla rappresentanza commerciale: tra aprile e giugno compie viaggi d’affari a Sassari, Olbia e Nuoro, mentre a luglio richiede una licenza di commercio (abbigliamento e affini) al comune di La Maddalena. Tuttavia, ciò che più interessa di questa trasferta sarda di Gelli sono i contatti che egli stabilì col Servizio Informazioni Militari. Nel corso degli interrogatori a cui fu sottoposto, Gelli fornì al SIM una lista di 56 collaborazionisti dei tedeschi.

Il 13 settembre Gelli è arrestato dai Carabinieri di La Maddalena e tradotto a Sassari. Lui stesso si era tradito: dopo la sua richiesta di una licenza di commercio del 20 luglio al comune di La Maddalena, questo si era rivolto per informazioni alla Questura di Pistoia, la quale aveva risposto il 28 agosto con un telegramma ai Carabinieri dell’isola che ordinava l’arresto di Licio Gelli in quanto colpito da mandato di cattura dal 22 marzo, in relazione al sequestro Bargiacchi. Il 17 il maresciallo Casula manda un telegramma a Pistoia per chiedere istruzioni: il detenuto ha infatti esibito un attestato del CLN che certifica il suo patriottismo. Sembra però che non succeda niente, poiché ritroviamo Gelli, il 25 ottobre, nelle carceri di Cagliari mentre scrive una lettera ai Carabinieri della Caserma Stampace, chiedendo loro di inviargli un funzionario perché deve fare rivelazioni «della massima importanza nazionale». In che consistono queste rivelazioni non è dato accertare, giacché la documentazione inviata dal Sismi in merito a queste vicende si ferma qui: potrebbe però trattarsi della già nota lista dei 56. Nonostante il suo zelo, comunque, Gelli rimane in carcere: è tradotto dapprima a Pistoia poi, nel gennaio 1946, alle Murate di Firenze.

Dopo la Liberazione Gelli subisce, per i crimini commessi da fascista, due processi. Si è già visto che il 27 aprile 1945 era stato condannato a 2 anni e 6 mesi per il sequestro Bargiacchi e che proprio per questo era stato arrestato a La Maddalena; per lo stesso reato il 21 marzo 1946 ottiene la libertà provvisoria, mentre il 1° ottobre successivo la Corte d’Appello di Firenze lo assolve perché il fatto non costituisce reato.

Il secondo procedimento originava dalle accuse della signora Lina Ferrante, la quale accusava Gelli di essere il delatore del proprio cognato, il ten. col. Vittorio Ferrante, collaboratore dei partigiani deportato in Germania. Il processo si conclude il 27 gennaio 1947 col proscioglimento per amnistia.

I rapporti di Gelli con la giustizia non terminano però qui. Il 7 gennaio 1947 è iscritto, in quanto ex fascista, al Casellario Politico Centrale (CPC) e sottoposto ad «attenta vigilanza» poiché è ritenuto «elemento di speciale pericolosità»; il 13 luglio 1948 la vigilanza è ridotta a «discreta» e l’11 aprile 1950 il suo nominativo viene radiato dal CPC.

Il primo dopoguerra è un periodo di crisi per l’ex repubblichino: un fascicolo della Prefettura di Pistoia a lui intestato lo definisce, nel dicembre 1946, «nullatenente» e «dedito al piccolo commercio» (da Giustiniani apprendiamo che aiutava il suocero che aveva una bancarella al mercato di Pistoia).

Nel 1947 o 1948, grazie all’interessamento di Orfeo Sellani, dirigente del MSI e già federale di Pistoia, gli viene rilasciato il passaporto, che gli serve per alcuni viaggi in paesi dell’Europa occidentale quale rappresentante della ditta di ricami “Nadino Coppini”.

Giuseppe D’Alema, Cecchi, De Lutiis, Buongiorno e De Luca, e Rossi e Lombrassa affermano che meta dei viaggi di Gelli in questo periodo è anche l’Argentina, ospitale con ex fascisti e nazisti. Per la rivista brasiliana “Isto è” Gelli arrivò in Sudamerica nel 1946-1948, dedicandosi all’attività di mediatore nel trasferimento dall’Europa dei capitali dei gerarchi fascisti: quale compenso avrebbe preteso una tangente del 40%; stando al giornalista uruguayano Esteban Valenti, il futuro capo della P2 avrebbe avuto come complici Umberto Ortolani e l’ex ministro delle Finanze della Repubblica Sociale Giampietro Pellegrini, che in Uruguay possedeva il Banco del Lavoro Italo-Americano. Agli atti della Commissione, però, non c’è nemmeno un documento che accenni a tali attività del duo Gelli-Ortolani.

Nel 1949 Licio Gelli decide di mettersi in proprio e il 1° ottobre apre la “Casa del Libro”, in corso Gramsci 52 a Pistoia: socio e sponsor è il prof. Emo Romiti, un parente di Gelli, che accetta di aiutarlo dietro le insistenze della famiglia. In realtà l’intraprendente piazzista aveva già tentato la strada dell’imprenditoria. Aveva infatti cominciato a costruire, nel 1946-1947, una fabbrica di trafilati di rame e di ferro: anche in questo caso si era trovato un socio ricco, tal Danilo Niccolai. I lavori si erano però ben presto arenati e la fabbrica non aprì mai i battenti. Le cose non paiono andare meglio anche con la libreria, stando almeno al prof. Danesi. Questi, con qualche insistenza ed 8 milioni al socio, riesce finalmente a porre in liquidazione la “Casa del Libro” il 1° gennaio 1953.

Ma undici giorni dopo l’irrefrenabile Licio è di nuovo sulla breccia: ha assunto la rappresentanza per Pistoia e provincia della “Remington Rand Italiana” (macchine da scrivere). Nonostante qualche passo falso (nel 1955 solo un’amnistia lo salva da una condanna per incauto acquisto), sarà questa la sua attività fino a quando, nello stesso 1955, entrerà alla Permaflex come direttore amministrativo e propagandista dello stabilimento di Capostrada, in provincia di Pistoia. Mentre il nostro passa indefessamente da un’attività a un’altra, trova anche il tempo di coltivare relazioni e amicizie. Relazioni e amicizie importanti ovviamente. Nel 1948 diventa factotum dell’on. Romolo Diecidue, eletto il 18 aprile nelle liste della Democrazia Cristiana passato poi a Democrazia Liberale, il quale a sua volta a Roma può contare su agganci di primissimo piano: De Gasperi, Andreotti.

Alberto Cecchi, studioso della Resistenza toscana e, per un certo periodo, membro PCI della Commissione P2, fa notare che forse non è per caso che Gelli si lega a questo personaggio: Diecidue era stato infatti presidente del CLN di Montecatini, e proprio nel Montecatinese (e non nel Pistoiese come sostiene la maggioranza degli studiosi) operarono quelle formazioni partigiane con le quali collaborò il Gelli patriota. C’è da ricordare, per completare il quadro di questi anni, che SIM e Sifar continuano a interessarsi a Gelli, sospettandolo addirittura di essere un agente del Kominform.

Nel 1956, con un’occupazione più che dignitosa e amicizie di quel genere, Gelli potrebbe ritenere di essersi conquistato il suo posto al sole: ed invece non è che l’inizio. Uno come lui, con la vocazione all’intrigo e che gli scrupoli se li fa a non farseli, può aspirare a mete ben più eccelse. Eccolo infatti gongolante il 28 marzo 1965 all’inaugurazione del nuovo stabilimento Permaflex di Frosinone, frutto dei suoi sforzi. La località non è scelta a caso: oltre ad essere tra quelle destinatarie degli aiuti della Cassa per il Mezzogiorno, ha il pregio di essere il cuore del feudo di Giulio Andreotti.

Il quale è per l’appunto chiamato ad inaugurare lo stabilimento, che ha inoltre la ventura di essere benedetto dal cardinale Alfredo Ottaviani, leader della destra vaticana. Ma, al di là dei pur rimarchevoli successi professionali, il passo decisivo che lo porterà ad astra, Gelli lo compie il 6 novembre 1963 compilando la domanda di ammissione alla massoneria.

Da questo punto in avanti la vicenda gelliana si intreccia con quella piduistica. Per quanto concerne le attività extramassoniche del nostro eccone una sintesi. Nel 1965-1966 acquista per 100 milioni dai Lebole una lussuosa villa, che battezzerà villa Wanda dal nome della moglie. Nel 1968-1969 volta le spalle a Giovanni Pofferi, proprietario della Permaflex ed inventore del materasso a molle, nonché suo pigmalione, e passa ad una società concorrente, la Dormire (del gruppo Lebole), di cui diviene anche comproprietario. Nel 1970 l’ENI assume il controllo del gruppo Lebole; successivamente i fratelli Mario e Gianni Lebole fondano un’altra società, la Giovane Lebole (GIOLE), con sede a Castiglion Fibocchi, a pochi chilometri da Arezzo, nella quale Gelli possiede una partecipazione azionaria del 10%, oltre ad esserne amministratore delegato. Nell’ottobre 1972 Gelli e un tale Mario Gallai costituiscono una nuova società, la SOCAM, con sede nello stesso stabilimento della GIOLE, di cui assorbe parte degli impianti e dei dipendenti. Dal febbraio 1978 Licio Gelli non risiede più, ufficialmente, in Italia. Il 17 marzo 1981 sarà proprio una perquisizione alla GIOLE a stroncare la strepitosa carriera dell’ormai signor P2, il quale si rende latitante.

Viene arrestato a Ginevra il 13 settembre 1982, evade dal carcere di Champ Dollon la notte tra il 9 e il 10 agosto 1983, si costituisce infine a Ginevra il 21 settembre 1987, quando ormai è sicuro dell’impunità. Difatti: il 7 febbraio 1988 viene estradato in Italia (per i soli reati finanziari) e rinchiuso nel carcere di Parma, ma due mesi dopo, l’11 aprile, viene rimesso in libertà per motivi di salute.

I processi che lo riguardano hanno avuto i seguenti iter. Il 2 settembre 1981 la Corte di Cassazione decideva il trasferimento delle indagini sulla P2 a Roma: il conflitto di competenza era stato sollevato dalla Procura della capitale, che aveva incriminato Gelli di un reato più grave di quello per cui era indagato a Milano, il concorso nell’omicidio di Mino Pecorelli. L’inchiesta venne affidata dal Procuratore Capo Achille Gallucci al sostituto Domenico Sica, titolare di altre indagini scottanti, dall’assassinio di Moro a quello di Pecorelli, dall’attentato aGiovanni Paolo II al sequestro del giudice Giovanni D’Urso.

Alla fine di maggio 1982 è pronta la requisitoria di Gallucci che si risolve in un’assoluzione generale. Per ciò che concerne gli altri processi, l’11 luglio 1988 è condannato in primo grado a 10 anni, per calunnia aggravata, al processo per la strage della stazione di Bologna; da queste accuse verrà assolto il 18 luglio 1990 dalla Corte d’Assise d’Appello del capoluogo emiliano; a sua volta tale sentenza verrà annullata dalla Cassazione il 12 febbraio 1992. Il processo bis in Assise si è concluso il 16 maggio 1994 con la riconferma della condanna. Due mesi dopo, il 29 luglio, nuova condanna (in primo grado) a 6 anni e mezzo per la vicenda del conto “Protezione”: i giudici del pool Mani Pulite (tra cui quel Gherardo Colombo che ordinò la perquisizione del 17 marzo 1981) lo avevano sottoposto ad un interrogatorio di ben sette ore il 17 febbraio 1993. Per la vicenda del crack dell’Ambrosiano, è stato condannato dal Tribunale di Milano a 18 anni e 6 mesi.

Il processo più importante, quello per cospirazione politica che lo vedeva imputato a Roma, si è concluso il 16 aprile 1994 con una sentenza assolutoria; sentenza avverso la quale la PM Elisabetta Cesqui ha interposto appello. Giova altresì ricordare un episodio, di valore emblematico, che vede coinvolto l’ex Venerabile. È l’accusa di riciclaggio di denaro sporco avanzata dalla Procura romana nei confronti di Gelli il 27 dicembre 1993: in quell’occasione gli furono sequestrati 16,5 miliardi di lire in titoli di stato (al fisco aveva dichiarato un reddito di 60 milioni).

Per lungo tempo è stato agli arresti domiciliari ad Arezzo, dove è morto il 15 dicembre 2015 all’età di 96 anni.

Il parere di Luciano Ferrara sul “complottismo” contro Licio Gelli

Riportiamo uno stralcio del fondo di Giuliano Ferrara apparso su “Il Foglio” all’indomani dei funerali di Licio Gelli. Poche righe che riassumono la visione di un giornalista libero e senza pregiudizi su decenni di complottismi ai danni del Venerabile.
“Con gusto noi italiani trovammo in Licio Gelli (morto ieri a 96 anni) un passatempo di quelli saporiti, un gancio a cui appendere sempre nuove trame, nuovi sospetti, nuove anticamere della verità, che però non arrivava mai e non è mai arrivata. Di quello che gli si attribuisce, compreso quanto è stato oggetto di condanna dopo una girandola giudiziaria infinita e onniversa, credo che solo un centesimo sia da addebitarsi alla sua vera storia”.

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Il generale Dalla Chiesa fece regolare domanda di affiliazione alla Loggia P2

La volontà del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa di far parte della Loggia di Licio Gelli è storia. Infatti, quando il 17 marzo 1981 la Guardia di Finanzia scovò gli archivi della P2 contenuti nella cassaforte di Licio Gelli – oltre al nome degli affiliati – scoprì parecchie «domande di iscrizione con firme illustri», tra cui quella del generale (Cfr. De Luca M. – Buongiorno P. Storia di un burattinaio in AA.VV. L’Italia della P2, Mondadori, Milano 1981, p. 60). Da quanto è emerso dalle indagini storiche a riguardo Dalla Chiesa inoltrò questa richiesta tramite il generale Raffaele Giudice e il deputato Francesco Cosentino grazie ai quali «fu “presentato” (avevano sottoscritto il modulo di presentazione per l’inserimento nella loggia») a Gelli» (Pennino G. Il vescovo di Cosa nostra, Sovera, Roma 2006, p. 121).

E’ meno chiara la ragione per cui Dalla Chiesa presentò quella domanda.

Secondo alcune fonti lo fece quasi involontariamente – «anch’io, come altri, sono stato costretto a iscrivermi alla Loggia», avrebbe detto (cit. in Di Giovacchino R. “Il libro nero della Prima Repubblica”, Fazi, Roma 2005, p. 91) -; per altre avrebbe inoltrato la domanda ritenendo la cosa come non grave, anzi: «Io ho fatto la domanda […] per quanto ne sapevo, per le persone che conoscevo, si tratta di uomini per bene, servitori dello Stato..» (cit. in Carpi A.P. “Il Venerabile“, Gribaudo & Zarotti, Torino, 1993, p. 443). Dinnanzi ad una così vasta pluralità di fonti, una cosa appare comunque certa: Dalla Chiesa fece regolare domanda per affiliarsi alla Loggia P2.

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Loggia P2: l’elenco degli iscritti. Da quello a suo tempo divulgato in Parlamento mancano 1650 nomi

Crediamo sia utile ricordare quanti e, soprattutto di quale estrazione, fossero gli aderenti alla P2. Per avere un’idea seppur approssimativa, ricordiamo che il 20 maggio 1981, sotto la pressione dei media e di un gruppo di parlamentari della sinistra, comunicò al Parlamento la lista dei presunti aderenti alla loggia P2. Tra i massoni appartenenti alla Loggia, tra gli altri, tre ministri, un segretario di partito, i vertici dei servizi segreti, militari, imprenditori, parlamentari, banchieri, giornalisti. Ogni nome era preceduto da un numero di fascicolo e da un numero di gruppo; seguiva un “codice”, al quale talvolta seguiva il numero della tessera e un appunto relativo alle quote sociali.

Nella lista c’erano: 52 alti ufficiali dei Carabinieri, 50 dell’esercito, 37 della Guardia della Finanza, 29 della Marina, 11 Questori, 5 Prefetti, 70 imprenditori, (uno era Silvio Berlusconi), 10 presidenti di banca, 3 ministri in carica, 2 ex ministri, il segretario di un partito di governo, 38 deputati, 14 magistrati, sindaci, primari ospedalieri, notai e avvocati.

Gli elenchi della loggia P2 del Venerabile Maestro Gelli, come si può notare, erano impressionanti: politici, imprenditori, giornalisti, alti gradi delle forze armate, tutori dell’ordine pubblico, funzionari dello stato, dirigenti dei servizi segreti, magistrati. E ancora 119 piduisti già insediati ai vertici delle maggiori banche, nel ministero del tesoro, e in quello delle finanze.

Non va dimenticato che secondo la commissione parlamentare d’inchiesta, l’elenco completo degli iscritti alla P2 era all’incirca di 2500 nomi; ne mancano 1650.

 

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Il Generale Constantin Savoiu nominato erede spirituale dal Venerabile Licio Gelli

Arezzo, 22 dicembre 2015.

Il generale Constatin Savoiu nominato “erede spirituale” dal venerabile Licio Gelli. E’ lo stesso generale, nella sala conferenze dell’Hotel Piero della Francesca, che annuncia di essere l’erede di Licio Gelli. E precisa: “Erede non di beni materiali, ma di un’eredità spirituale e ideale.

Nel corso della conferenza stampa è il professore Mariano Iodice, Grande Ispettore Generale per l’Italia della Gran Loggia Nazionale di Romania 1880 di cui Savoiu è il Sovrano Gran Maestro, a leggere sia la lettera testamento del Venerabile Licio Gelli, sia uno scritto in cui il generale Savoiu illustra e ricorda la biografia iniziatica e profana di Gelli, ristabilendo in poche pagine una verità indiscussa che fa luce sulle tante ombre gettate negli anni sulla figura del Conte Gelli.

Una figura che dallo scritto del generale Savoiu esce completamente riabilitata in ogni suo aspetto con il grande valore massonico, civile e storico che Licio Gelli ha rappresentato. Si legge, tra l’altro, nella lettera testamento: ”Ritengo che tu sia l’unico massone con le qualità adatte per continuare il percorso massonico e di moralizzazione della società intrapresa da me, anni fa”.

Accanto al generale Savoiu al tavolo della Conferenza, oltre al già citato Mariano Iodice, siedono rappresentanti delle massonerie argentina e tedesca. Tra il pubblico presente una ristretta schiera di “fratelli” e “sorelle” molto vicini al generale Savoiu e al professore Iodice. Costoro rappresentano il primo nucleo operativo di quel percorso di “continuità spirituale” di cui si parla nella lettera testamento.

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